Di cosa abbiamo bisogno?
Da una conversazione con Mistura Queer: tra identità, linguaggio e nuove prospettive.

L’arte è una benzodiazepina: qualcosa da cui non si può trarre alcun conforto. Qualcosa di superfluo di cui abbiamo un assoluto bisogno. Lo ha dichiarato, in più occasioni e più o meno con queste parole, Lea Vergine - che per tutta la vita ha attraversato il sistema dell’arte con uno sguardo acuto e spesso scomodo.

È una posizione ancora oggi diffusa: l’arte come spazio di sospensione. Non cura, ma trasforma.
Eppure c’è qualcosa che in questa interpretazione manca, o che si dà per scontato.

È da qui che prende avvio la conversazione con Mistura Queer.

«La prima cosa che mi viene da dire», spiega, «è che cosa si intende per “arte” dipende dalla prospettiva da cui guardiamo».

La parola arte, così come la utilizziamo oggi in Europa, è già il prodotto di una storia. Una categoria costruita dentro la modernità occidentale.

«Mi rendo conto che la parola arte, per come la intendiamo in Occidente, a volte non mi parla più. C’è un certo tipo di produzione artistica che sento distante, sia esteticamente che politicamente.

Piuttosto mi interessa capire cosa significa “arte” da una prospettiva non bianca e non occidentale.
È un po’ come con le parole. Se diciamo “albero”, ognuno immagina il primo albero che conosce: magari uno della macchia mediterranea. Ma se chiediamo “albero” a una persona del Congo, probabilmente vedrà un’altra immagine.»

[La domanda, allora, è: stiamo parlando della stessa cosa?]
«O se esistono altre parole, altri concetti.
Nel mio lavoro la questione della traduzione è centrale: ogni parola cambia significato a seconda della lingua e del contesto. A volte non esiste una traduzione perfetta.»

Questo ha a che fare anche con la sua esperienza personale.

«La mia identità è già un’intersezione di molte cose. Sono cresciutə in Italia e ho un privilegio bianco, ma ho anche un background migratorio e sono una persona trans.
Non ho studiato in accademie prestigiose – anzi, non ho un percorso accademico alle spalle – e mi affaccio a un ambiente – quello dell’arte – che in Italia è ancora elitario con altri strumenti, a partire dal mio corpo.»

Per questo i suoi progetti non nascono da una speculazione teorica, ma da una domanda molto concreta.

«Di cosa ho bisogno?»

È il caso di Anticorpi, che nasce da un bisogno umano, quasi maslowiano: affermare la propria esistenza.

«Avevo bisogno di portare il mio corpo trans, nudo, davanti a uno sguardo pubblico. Volevo raccontare l’esistenza di quel corpo. Tutto il progetto è nato da lì.»

Il lavoro prende forma lentamente, per gradi. Un processo che ricorda, in fondo, quello che accade nelle relazioni tra le persone.

La prima volta Anticorpi avviene online, durante il lockdown. Una video call con una trentina di persone: performer, artiste, persone incontrate lungo il percorso. Un esperimento condiviso per capire cosa poteva succedere portando in scena quell’idea.

Poi il lavoro cresce. Arriva sul palco.

E ogni replica cambia. Cambiano le persone coinvolte. Cambiano le dinamiche. Cambiano le energie che si creano nello spazio.

«Non ho mai fatto una data uguale all’altra», racconta.
«È sempre stato un progetto in trasformazione - come lo sono anche io.»


[Ricordi cos’è che ha acceso in te il bisogno di dire: “Ok, adesso voglio affermare la mia esistenza, e questo sarà il mio modo”?]
«Quando ho incontrato il teatro con il laboratorio Figli Maschi, un progetto che è durato circa otto anni. Dopo Figli Maschi ho lavorato anche con la compagnia ATOPOS, una delle prime compagnie italiane a portare persone trans in scena.
Sono state esperienze molto importanti per me. A un certo punto però ho capito che volevo trovare il mio modo per raccontarmi.»

[Se Anticorpi diceva “io esisto”, Raiva sembra dire “noi esistiamo”]
«In questo caso la riconnessione con il Brasile ha aperto anche una dimensione identitaria più complessa… In Italia mi sono sempre sentitə un po’ fuori posto», racconta. «Non riguardava solo l’essere queer o trans. Era qualcosa di più difficile da definire: una sensazione di disallineamento culturale.

Quando sono tornatə in contatto con il Brasile ho iniziato invece a sentire una forma di riconoscimento. Anche banalmente nei tratti somatici o nello sguardo delle persone.

Un senso di familiarità che mi ha fatto capire che la mia identità è composta da molte più stratificazioni: una parte europea, una parte probabilmente di discendenza indigena, una storia attraversata dal colonialismo.»

Raiva – sessione di ascolto di brani scritti e realizzati da personetrans e donne cisgender razzializzate – nasce anche da qui. Dalla possibilità di allargare lo sguardo.

Non solo identità trans, ma anche identità razzializzate, nere, indigene.
Un passaggio da un’affermazione individuale a una dimensione più collettiva. Da “io” a “noi”.

Una complessità che entra anche nel rapporto con il pubblico. Perché per Mistura Queer il pubblico non è mai un blocco unico. È uno spazio attraversato da identità diverse, che a loro volta lo trasformano.

«Da una parte ci sono spettatori che incarnano il potere patriarcale – i maschi cisgender etero bianchi – verso cui la scena diventa un luogo di rovesciamento.

In quel momento io posso dire il mio “vaffanculo”. Posso dire: io esisto a prescindere dalla tua violenza.

Dall’altra parte ci sono persone che nello spettacolo trovano uno spazio di riconoscimento.
Le persone trans che si avvicinano alla fine della performance, spesso commosse, dicendomi che non avevano mai visto prima un corpo trans nudo in scena. E questo per me è il valore politico del fare arte.»

In quei momenti la performance diventa qualcosa di più di uno spettacolo.

Diventa uno spazio in cui qualcuno può riconoscersi. Anche le reazioni cambiano a seconda dei contesti, spiega: «Con Raiva ho notato che, a seconda che si tratti di pubblico bianco o razzializzato, può esserci una risposta più analitica oppure più immediatamente emotiva. Come al Blackness Fest, dove il pubblico era quasi tutto nero e il razzismo lo vive sulla propria pelle.

E non è una questione di valore. È semplicemente un modo diverso in cui le cose arrivano.»

La performance diventa così una porta d’accesso.
Un dispositivo che può aprire a una relazione che non è mai la stessa.


Forse è proprio qui che il lavoro di Mistura Queer trova la sua forza: nel mantenere aperto un processo che continua a cambiare.

«Io sono queer», dice.
«E per me queer significa questo: continuare a mettere in discussione tutto.»


Non cercare una forma definitiva.
Non fermarsi a una sola prospettiva.
Lasciare che il lavoro resti poroso, aperto, attraversato dalle persone che lo incontrano.

L’arte può essere superflua.
Ma proprio per questo – forse – continuiamo ad averne bisogno.

Di Laura Nozza,
da una conversazione con Mistura Queer.

Foto di:
1) Sanela Mandana
2) Le Perras
3) Anticorpi, Roma
4) Carlo Valtellina

20.03.2026

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