Decostruire il maschile / costruire alleanze
Il corpo come soglia e processo nell’opera di Martina Rota.

Di Laura Nozza

We cannot know love if we are unwilling to be vulnerable.
- bell hooks -

Ci sono opere che nascono da una volontà strutturata, come partiture. Altre hanno la consistenza fluida di ciò che si lascia accadere: idee che vivono in un processo aleatorio, che non dirige ma accoglie. With All My Strength, di Martina Rota, appartiene sicuramente a questa seconda categoria: un lavoro che non delimita un territorio ma identifica una soglia.

«Un progetto iniziato con grande ignoranza e molta visione». Mosso dal desiderio – di una donna – di conoscere e comprendere dall’interno un mondo codificato come altro, quello del bodybuilding, in cui il corpo maschile rappresenta un monumento di controllo. «Volevo capire se poteva esserci un ribaltamento, delle azioni di sovvertimento della realtà attorno al bodybuilding e a quello che il bodybuilding rappresenta». Ed è in questa possibilità che tutto ha preso forma: nell’eventualità che l’incontro con l’altro non avrebbe confermato ciò che già si sapeva, ma lo avrebbe potuto disfare.

Massimo Palmieri Bormolini, Massimiliano Palmese e Arold Triberti sono i tre bodybuilder professionisti che hanno accolto l’invito e che, insieme al resto del team composto da Carolina Papetti, Beatrice Perego, Umberto Rafael Gorka Guidi, Filippo Ermanno Pizzocri, Alessia Prati e Carolina Amoretti, sono entrati a far parte di quest’opera, portando non solo i loro corpi ma le loro vite.

With All My Strength è in continua trasformazione, proprio come i corpi dei bodybuilder che alternano fasi di bulk e cut - accumulo e sottrazione. Un processo parallelo che – racconta Martina – ha attraversato espansioni e asciugature, e che «ha messo in evidenza i suoi punti di forza, con grande messa in discussione di tutte le persone che l’hanno abitato, ma ha anche mostrato quelle che sono ancora le sue zone di resistenza, i suoi talloni d’Achille».

Ed è proprio qui, nelle zone d’ombra, che With All My Strength, attraverso l’estetica del bodybuilding, interroga la performatività maschile non come identità monolitica, ma come sistema di ruoli appresi, gesti codificati, esposizioni controllate, per metterla in discussione. 

In fondo, la maschilità non è qualcosa che si è, ma qualcosa che si fa - per citare Connell. Non è un’identità fissa ma un insieme di pratiche configurate. Come il reiterare del posing, qui messo in discussione da un ritmo accelerato, da pedane vacillanti o da materiali fluidi che sfuggono al controllo.

Nel processo di creazione di With All My Strength, le pratiche di lavoro, i task, gli immaginari suggeriti dall’artista sono stati costantemente tradotti, incarnati e trasformati dai tre bodybuilder e da tutte le persone che ne hanno preso parte. Un approccio collettivo all’opera che ha trasformato il gruppo stesso in un “noi”, una piccola comunità - una “partnership across the difference” per chiamare in causa ancora hooks - nella quale ciascuno, a modo suo, ha influenzato le scelte e l’evoluzione del lavoro.

«Il team che ha lavorato con me era composto da sette persone più i bodybuilder: ognuno con i propri bisogni e background. È stata una novità confrontarmi con questa pluralità e capire come la mia visione potesse incontrare – o non incontrare – le altre. Ho sempre lavorato creando performance con del materiale che non avevo a priori: in questo caso sapevo, in modo molto astratto, che volevo lavorare con l’acqua, ma non conoscevo come sarebbe andata. Non avevo previsto che sarebbero stati in tre, che avremmo utilizzato le pedane o il canto. Tutto ciò è arrivato da loro. Il materiale che è stato creato è stato informato dalle loro vite».

Una coreografia, quindi, che non esiste prima dei corpi, costruita attraverso micro-movimenti interni, confronto, consenso, adattamenti… Non l’appropriazione del corpo dell’altro, ma la costruzione condivisa di un corpo collettivo, che esiste solo nella relazione: una costante nella pratica di Martina Rota.

«Se c’è una qualità che secondo me l’arte non ha mai perso e in cui continuo a credere, è proprio la possibilità di creare questo genere di situazioni in cui l’io diventa un noi da più punti di vista. Parte integrante del processo di creazione.»

With All My Strength ha visto la sua première a Roma, durante l’edizione 2025 di Short Theatre, all’EUR, avvolto da un razionalismo fascista e monumentale che, con il procedere della narrazione, sembrava dissolversi insieme alla corazza dei corpi performanti dei bodybuilder, lasciando emergere bellezza e vulnerabilità. Corpi che, attraversando lo spazio, hanno attivato e disattivato codici di appartenenza - hanno esposto all’altro la propria vulnerabilità.

To be undone by another is a primary necessity.
- Judith Butler -

È un lavoro femminista? Sì, ovvio. Di un femminismo relazionale, che cerca un’alleanza, invita gli uomini a guardarsi, dialogare, riconoscere la propria responsabilità emotiva. «Perché se un cambiamento è possibile, lo è tra di loro, all’interno delle loro comunità», dice. Una pedagogia dell’amore politico per la quale “The first act of love is the willingness to listen” - hooks che ritorna e illumina la costellazione etica in cui si colloca la ricerca di Martina Rota.

A Bergamo, nel programma di Performatorio, la performance arriva in una nuova forma: un duetto. Anche in questo caso, una riconfigurazione che è parte del processo, che ha portato uno dei performer, Massimo Palmieri Bormolini, a lasciare il progetto, aprendo un’altra riflessione: cosa succede quando la propria immagine performativa smette di corrispondere a ciò che si è? La performatività – del corpo ma non solo – può essere reiterata, ma anche interrotta. E nell’interruzione si apre uno spazio di libertà.

Dopo tutto, tornando alla soglia da cui è partito il discorso, With All My Strength è una porta che non si chiude: resta un’opera-processo, un organismo aperto.

Ogni nuova presentazione è un’altra forma possibile, un’altra domanda che nasce «in un post-gara, nel tempo sospeso in cui si decide se continuare, quale direzione prendere, cosa trattenere e cosa lasciare andare. Un tempo di feedback e di ricomposizione».

Forse With All My Strength troverà una nuova riconciliazione, un’altra visione o una nuova domanda. Forse è proprio questo il lascito più prezioso del lavoro: l’idea che la trasformazione non sia un traguardo, ma uno stato del corpo; che il maschile possa essere ripensato solo attraverso alleanze sincere; che la forza – tutta la mia forza – non sia mai una proprietà, ma un gesto condiviso.

Da un dialogo con Martina Rota.
Citazioni da:
bell hooks, All About Love, 1999
Raewyn Connell, Masculinities, 1995
Judith Butler, Precarious Life: The Powers of Mourning and Violence, 2004
Foto di: Carolina Amoretti, Matteo Strocchia

21.11.2025

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