Catalogare l’invisibile
Memoria, corpo, acqua e tecnologia nella ricerca di Valerie Tameu.


La question de l’archive n’est pas une question du passé. (…) C’est une question d’avenir, la question de l’avenir même, la question d’une réponse, d’une promesse et d’une responsabilité pour demain.
- Jacques Derrida -

“Archivio” deriva da una parola che indica insieme origine e potere: è il luogo in cui si custodisce ciò che fonda l’autorità, lo spazio in cui i confini tra passato, presente e futuro cadono - dove avviene il passaggio di testimone.

Un archivio è la raccolta ordinata e sistematica di oggetti, documenti, immagini, file. È qualcosa che viene consegnato, affidato con una “forza incontestabile”. Ma che, nella relazione, si apre a una possibilità di riposizionamento. Perché l’archivio – storico, personale o domestico – non è mai neutro: dipende da chi lo legge.

Come quando Jonathan Franzen, nel memoir Discomfort Zone, entra nella casa della madre defunta per svuotarla prima che venga messa in vendita. Lei non è più lì, fisicamente. La sua presenza è raccontata da una costellazione di oggetti, e lui diventa l’unico narratore possibile della storia. In quel momento ha la possibilità di ridefinire il significato della loro relazione.

Valerie Tameu lavora esattamente lì, in quella “zona”.
«La memoria non è un deposito neutro e statico» – dice – «C’è sempre qualcuno che cataloga: sceglie cosa includere, cosa escludere, cosa rendere invisibile».

Anche per Tameu l’inizio è stato radicalmente domestico. Un luogo che non è ancora “storia”, ma già archivio: una soffitta, una cantina, una casa abitata ventiquattr’ore al giorno, nel tempo sospeso tra il 2019 e il 2020. Il tempo in cui tutto si è fermato e, insieme, qualcosa si è scoperchiato.

[Qual è la spinta dietro la tua ricerca?]

«Avevo subito una perdita e mi sono ritrovata in questa casa, dove ho cominciato a riscoprire un passato archiviato in uno spazio molto personale. Fotografie, videotape, lettere, cartoline, oggetti… un archivio che abbiamo tutte e tutti.
È un inventario emotivo e materiale - ma non innocente. Perché, quando si è italo-camerunensi (Valerie è nata a Torino nell’89), la memoria non è sempre lì “fuori”, pronta a riconoscerti. Non la trovi automaticamente nei musei, nei programmi televisivi, nel modo in cui una città racconta se stessa. Io la storia l’ho sempre vissuta dall’interno. Ma nei circuiti della memoria storica della città non era facile rintracciare qualcosa che rispecchiasse la “mia” memoria.»

Da questa frizione nasce il lavoro: la discrepanza tra ciò che ricordi e ciò che il mondo conferma. E poi la necessità di ricostruire una narrazione che non sia solo privata, ma condivisibile.
«Tutto è cominciato da un desiderio molto personale, poi si è spalancato un universo. Guardando quelle fotografie ho iniziato a leggere diversamente la storia di immigrazione di mio padre: il viaggio dal Camerun fino a Torino, le lettere ai miei nonni, il contesto storico e le difficoltà politiche del periodo… Ho connesso elementi che prima erano solo un racconto. È stato un bel percorso di conoscenza: mi sono resa conto di tante piccole cose che davo per scontate e che invece erano gli elementi per costruire una narrazione comune. E così, quella narrazione ha smesso di essere solo “mia”: ha cominciato ad agganciarsi a quella di altre persone che, come mio padre, erano arrivate in Italia in quello stesso periodo.

A quel punto, grazie alla collaborazione con lo Spazio Griò – una realtà nomade che si occupa anche di dare voce ad artiste e artisti afrodiscendenti o con background migratorio – sono entrata in contatto con l’archivio pubblico: il Polo del ’900 a Torino, l’Archivio Gramsci, l’Archivio Vera Nocentini. Custodi di una storia che intrecciava il lavoro operaio con la cultura della migrazione, l’ultima scia delle lotte e le conquiste sindacali - un humus fondamentale per chi, come la mia famiglia, ha abitato Torino attraverso il lavoro nelle fabbriche.

Non sono una storica, quindi nella ricerca mi sono lasciata guidare più dall’intuito e dall’estetica a cui ero interessata. Ho scelto due anni  – 1980 e 1981 – e ho iniziato a recuperare le immagini della vita cittadina e pubblica in cui trovavo tracce delle prime comunità dell’Africa subsahariana nelle piazze, nei luoghi di scambio culturale, nelle prime riunioni sindacali dove si parlava già di sindacati per gli stranieri.»

[Perché hai scelto proprio quegli anni?]

«Sono gli anni in cui i miei genitori si sono incontrati e fidanzati. Volevo capire cosa c’era intorno a loro: mia mamma dalla Calabria, mio papà arrivato dal Camerun passando per la Francia. Gli incontri non erano semplici come adesso: niente internet, tempi lenti, telefonate rare… e anche grandi difficoltà.»

Un taglio scelto, quindi, non per “spiegare un decennio” – «La storia è qualcosa di enorme» – ma per mettere a fuoco un punto intimo e politico insieme.

Da quelle immagini e documenti sono nati progetti come Studio Uno. I Miss You So Much! - presentato prima a Londra, poi in una seconda tappa alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, nella sede di Guarene.

La memoria per Tameu non è solo un tema: è una postura etica, è «una responsabilità», intesa non come fardello morale ma come consapevolezza che ogni racconto produca realtà.

[Memoria come qualcosa di fluido… con il potere di modificare la percezione della realtà?]

«Assolutamente. È chiarissimo. La memoria è processuale. Quando raccontiamo qualcosa del passato, lo raccontiamo a qualcuno. E quel racconto crea memoria per qualcun altro. È quasi impossibile costruire una storia attraverso una memoria che sia neutra e uguale per tutti. La responsabilità sta anche lì: come la sto narrando? A chi?»

Valerie ha un background da performer e danzatrice: la relazione con il corpo è imprescindibile. Il corpo parte del processo, non come metafora ma come dispositivo inevitabile.

«Muovendomi nello spazio della memoria, tra gli oggetti che la rappresentano, mi sono accorta che esiste un tramite tra la memoria e le cose: sono io. Con la mia interpretazione, il mio modo di toccare, osservare, scegliere… La memoria è un processo di elaborazione, interpretazione e ri-narrazione che facciamo tutti i giorni, anche in relazione alle persone con cui la condividiamo. La responsabilità è anche lì: nel domandarmi in che modo e a chi sto restituendo qualcosa che arriva dal passato. Perché questo mio racconto, molto probabilmente, creerà delle narrazioni che saranno memoria per qualcun altro.»

«È una responsabilità che mi riconosco anche – e soprattutto – in relazione a persone afrodiscendenti più giovani. La percezione che ciò che dico oggi, domani sarà genealogia per qualcun altro mi colpisce molto e mi commuove. Perché quella gioventù racconterà questo in un certo modo. Come narriamo è importante. Plasma.»


Dal visivo all’oralità: in questo modo il corpo diventa archivio. L’oralità è una delle prime forme attraverso cui le comunità hanno costruito e trasmesso memoria. Prima della scrittura, racconti, miti, canti e genealogie vivevano nella voce: la memoria non era un archivio statico, ma un atto performativo, rinnovato ogni volta nell’incontro tra chi narra e chi ascolta. L’oralità è al centro della ricerca più recente di Valerie Tameu. «Nell’ultimo lavoro tutta l’attenzione va verso la memoria orale. Il visivo svanisce. Perché l’oralità ha un potenziale enorme.»

Ma “oralità”, qui, non significa solo “parola”. Significa anche danza, rituale, ninne nanne, proverbi, funerali, matrimoni: tutte quelle forme che non sono scritte da nessuna parte e che tuttavia resistono, si mescolano, si trasformano. «La danza è rituale. Non parlo necessariamente di rituale ancestrale: parlo di gesti quotidiani che attraversano le generazioni.» Questo spostamento ha anche un effetto politico molto netto: rompere l’immagine cristallizzata di un’Africa ferma in un “passato esotico” imposto dallo sguardo occidentale. Perché le tradizioni – soprattutto in luoghi attraversati da colonialismi devastanti – non sono musei, ma laboratori di riappropriazione. «Le comunità si riappropriano continuamente di ciò che è stato loro sottratto. C’è un dialogo costante con il passato.»

Accanto a questa dimensione, nella ricerca più recente di Valerie Tameu emerge anche un altro genere di archivio: quello digitale, che stiamo costruendo senza accorgercene. Email, chat, ricerche, feed, avatar, domande rivolte a un’intelligenza artificiale. Un archivio che non chiediamo, ma che esiste.

«Il discorso sul digitale e sull’intelligenza artificiale è intrecciato al mio lavoro da tempo. Lavoro con la tecnologia – e lo dico in modo molto semplice – perché la tecnologia non è una novità: è sempre stata parte delle pratiche artistiche. Già dagli anni Sessanta artiste e artisti si interrogavano sul funzionamento delle macchine, sugli strumenti, sul dialogo possibile tra corpo e dispositivo. Non è qualcosa che nasce oggi. Detto questo, l’intelligenza artificiale ci mette davanti a questioni radicalmente nuove. Quando ho iniziato a lavorarci era ancora in una fase iniziale, soprattutto nella sua forma text-based, simile a quella che oggi conosciamo attraverso strumenti come ChatGPT. 

Oggi la sua presenza è quasi scontata, ma all’epoca non lo era affatto. Non funzionavano “bene”. Anzi, spesso parlavano malissimo. Proprio per questo, però, erano interessanti: c’era uno spazio di sperimentazione, di errore, di possibilità ancora aperta. Con il tempo, quando questi strumenti sono diventati più diffusi e standardizzati, quell’interesse iniziale per il testo ha perso centralità nel mio percorso. Rimane un ambito fertile, con molte ricerche possibili, ma per me a un certo punto si è esaurita una tensione.

Da lì ho spostato l’attenzione sul corpo: sul riconoscimento del movimento, sul tracking, sul riconoscimento facciale. Mi interessava capire come la macchina legge un corpo, come lo traduce, come lo cattura – e cosa accade quando il corpo si mette in relazione con uno sguardo tecnologico che lo misura e lo interpreta.

«L’archivio c’è già. E magari non vorrei che fosse fatto così. Eppure c’è. Allora mi chiedo: se dovessi costruirne uno che desidero… cosa ci farei? Cosa vorrei raccontare?» Non è solo una questione di privacy o di “impronta digitale”. È una questione di materia: server, sistemi di raffreddamento, impatto ambientale, hardware. Un mondo fisico enorme che resta invisibile perché la superficie è accattivante, liscia, colorata. «Sembra tutto effimero… e invece è concretissimo. A partire dai nostri dati.»
E c’è un’altra torsione, più sottile: non è vero che solo la macchina impara da noi. Anche noi impariamo dalla macchina, perché siamo esseri relazionali, porosi. Questo scambio – tecnico e sociologico insieme – sta già riscrivendo comportamenti, aspettative, modalità linguistiche. «Non è solo ChatGPT a imparare dalle persone: anche noi impariamo da lui. È un periodo di passaggio incredibile.»

Dentro questa costellazione si colloca Orynthia, lavoro stratificato che attraversa acqua, voce, migrazione, infrastrutture digitali, rotte coloniali. «Orynthia nasce da un progetto precedente, Metabolo, che era molto più tecnico-scientifico. Con Michele Cremaschi abbiamo lavorato su un sistema che metteva in relazione l’oceano e l’intelligenza artificiale: attraverso una webcam subacquea raccoglievamo dati che l’IA trasformava in suono. Il pubblico ascoltava queste traduzioni sonore del mare, dietro le quali c’era un apparato complesso ma invisibile.

Solo in un secondo momento è emersa una dimensione mitologica. Ho iniziato a lavorare sulla figura di Mami Wata, divinità acquatica diffusa in diverse aree dell’Africa equatoriale occidentale. È una figura relativamente moderna, legata a un potere femminile ambiguo, seducente e temuto, capace di trasformarsi nel tempo. Mi interessava proprio questo: una tradizione che non è fissa ma in continuo dialogo con il presente. Mami Wata può avere altarini come una Madonna, ma con oggetti contemporanei – bigiotteria, Coca-Cola – e tra gli anni ‘70 e ‘80 si diceva perfino che avesse un numero di telefono. Questa capacità di attraversare modernità e tecnologia ha aperto per me un ponte naturale tra mito e mondo digitale.

È qui che il mito diventa una tecnologia narrativa: non per “decorare” la realtà, ma per renderla abitabile. Per aprire possibilità. Per elaborare traumi che attraversano generazioni. «C’è bisogno di storie di riscatto… per riscattare le storie di persone che abbiamo amato e non hanno potuto farlo.»

Non a caso tra i riferimenti di Valerie Tameu ci sono il collettivo Black Quantum Futurism, per una diversa percezione del tempo e per il lavoro su ritualità e tecnologia; Drexciya, afrofuturismo musicale che inventa mitologie sottomarine a partire dall’orrore delle deportazioni, oltre a nomi della scrittura speculativa e del pensiero poetico come Nnedi Okorafor e Alexis Pauline Gumbs (Undrowned).

A Performatorio, Orynthia torna alla matrice, al nucleo centrale, con uno Studio site-specific per corpo e acqua. Una dimensione in cui la presenza del pubblico influenza e viene influenzata «perché insieme alle registrazioni ci sarà il suono emesso da me e dal pubblico», in una creazione che è sempre collettiva.

E anche quando il formato cambia – mostra, performance, installazione – la relazione resta. Perché ogni fruizione è già un’interpretazione: un ordine diverso, un tempo diverso, un modo diverso di stare nello spazio. «Ci sono sempre derive impreviste. Anche nella codifica più estrema del teatro c’è relazione. Ma quando c’è l’imprevisto nascono cose interessanti.»

E, forse, ciò che resta da questa conversazione è proprio questo: la memoria non come “prima”, ma come “durante”, nello spazio di incontro che costruiamo insieme. Il passato ci chiede la responsabilità di essere trasformato, senza essere cancellato, proprio come fa l’acqua – antica e contemporanea al tempo stesso – che non trattiene mai la forma eppure trattiene sempre qualcosa.

Di Laura Nozza,
da una conversazione con Velerie Tameu.

Citazioni da:
Jacques Derrida, Mal d'archive: Une impression freudienne, 1995

Foto:
2) Dove Hanno Tremato le Placche, Centro Pecci febbraio 2024
ph Elisa Norcini, Courtesy Centro Pecci, Kinkaleri.
4) Orynthia

24.02.2026

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