Uno spettacolare errore
Intervista a Jacopo Benassi.

[In che modo sei arrivato alla performance?]
Sono arrivato alla performance perché per anni - per 5 anni - ho gestito un locale insieme ad altri amici: si chiamava Btomic, organizzavamo live di artisti che si esibivano soprattutto in solo, molto particolari… Dalla scena berlinese alla scena americana sperimentale. Un locale che ha prodotto un sacco di roba di una cultura che sta sparendo, quella underground, e che io sostengo fino alla morte perché è quella in cui sono nato, quando ancora i centri sociali facevano questo tipo di controcultura. La mia storia è questa.

Tutto quello che accadeva al Btomic veniva documentato; una specie di archivio. Abbiamo cominciato a produrre foto, video, interviste… Faccio un giro lungo per farti capire che dopo tutto questo percorso, nel 2016, mi è venuta la voglia – un’esigenza che mi è stata trasmessa da tutti gli artisti che sono passati da lì in quegli anni – di salire sul palco. E l’unico modo per farlo, per me, era con la fotografia. Così ho proposto ai Kinkaleri di studiare una performance dove la fotografia potesse permettermi di entrare. E da lì ho cominciato.

Ora, come artista, la fotografia è soprattutto il mezzo che utilizzo nelle performance, nel mio lavoro in studio la uso meno, ma nella performance è basilare. Entro fotografo ed esco performer – anche se non mi sento “performer”.

[Possiamo dire che è un modo diverso di fare fotografia? L’hai portata in mezzo alle persone.]
Quello che più mi attraeva era il contatto con il pubblico, il fatto che il pubblico diventasse proprio la storia, la drammaturgia. Alla fine quello che accade, è un tentativo di performance: io non riesco a fare delle prove, cado – come diceva Trisha Brown “Anche cadere è danzare” – e succede qualcosa. Mi muovo e succede qualcosa. Però non lo controllo, è dettato da tutto quello che mi accade intorno. Posso dire che il pubblico diventa proprio la performance; io coinvolgo il pubblico ma è lui – loro – che diventa, anche nella stessa fotografia di documentazione, parte integrante della performance – fondamentale.

ph. JB 2023


[Che effetto ti fa il pubblico?]
La cosa assurda è che non riesco a pensarci… Quando facevo le prime performance, con le proiezioni in tempo reale, suonando il microfono sul corpo e campionando, manco guardavo il pubblico perché mi terrorizzava.
Adesso provo amore e odio: mi viene voglia di spingere a me le persone, di abbracciarle, ma anche di allontanarle. Sai, Io non vado più nei locali, non vado in mezzo al casino – non sopporto più la gente – però quando faccio una performance diventa un momento intimo con chi partecipa. Per questo non voglio farle nei club: voglio avere un pubblico che è lì per partecipare a un’azione fisica, non per ascoltare della musica. 


C’è la fotografia oltre all’azione, certo, ma è una fotografia diversa, è documentazione. La cosa che trovo interessante è che durante le performance mi “clono”: affido la macchina fotografica a un’altra persona; io comunico con la fotografia anche attraverso persone che mi fotografano e fanno il mio lavoro. Così io divento anche parte del pubblico… È interessante, perché un fotografo non abbandona mai la macchina, invece io scatto attraverso altre persone ma il lavoro è mio, lo scatto non appartiene a loro. 

Mi rendo conto che alla fine, la fotografia, la utilizzo solo durante le performance. Cerco di nascondermi sempre di più, come se non volessi far vedere l’immagine che produco ma riesco a mostrarla attraverso la restituzione editoriale della performance – il mio è anche un lavoro editoriale – con una ventina di foto, video e magari anche la registrazione dell’audio quando c’è. Anche da voi, per esempio, ho coinvolto Michele Lombardelli con cui sto lavorando, che introdurrà dei suoni o campionerà i miei; volevo impreziosire questa performance di “musica andalfabeta” con dei suoni - sono degli elementi che mi danno sicurezza.

[Mi piace che dici che i suoni ti danno sicurezza.Quanto è importante per te la musica?]
È importantissima. Ho amato la musica fin da ragazzino, avrei anche voluto suonare ma non ho mai avuto il coraggio di salire su un palco – fino a 47 anni. La musica per me è fondamentale ma non deve essere una gabbia… Mi spiego: quando vai a un concerto così come quando fai una performance, hai i tuoi riferimenti che ti influenzano. Nella performance ho eliminato tutti i miei riferimenti, perché voglio un suono “analfabeta”; un suono senza controllo – senza nessun riferimento. Che non significa “improvvisato”, è diverso: è un suono che nasce dall’errore.

Tutto il mio lavoro viene non dallo studio ma da un incidente. Proprio perché nel mio percorso ho capito che tutto quello che faccio è basato sull’imperfezione; ho perfezionato l’imperfezione. Ed è così nelle fotografie, nelle performance, nelle cornici… Che non vuol dire fare un lavoro fatto male apposta: per me questa imperfezione significa lasciarmi andare così come sono – essere me stesso. Ogni volta che vedevo qualcosa che mi colpiva mi lasciavo influenzare, provavo a essere quello che non sono e non funzionava. Adesso mi sento libero: mi baso su di me e sulla mia imperfezione, anche fisica (come cammino, come suono…) e la esalto al massimo. Devo solo stare lì, senza spaventarmi, sicuro di quello che non so fare – speriamo che non ci sia un dottore qua dentro, ecco… Ah ah ah!

[Perchè dici “di non spaventarmi”. C’è un aspetto che ti spaventa?]
No… A questo punto non c’è più niente che mi spaventa. Il pubblico può spaventarsi se si aspetta qualcosa. Io mi sono lasciato andare e ho lavorato su quello che sono veramente: una persona imperfetta in tutto quello che faccio, anche nella fotografia stessa – le mie foto non sono belle, sono coerenti.

[Cos’è che ti colpisce delle persone che fotografi durante le tue performance?]

L’attenzione, la cosa più bella delle foto delle performance è quando la gente ti guarda, ti oltrepassa. Uno sguardo che ti prende ed entra dentro di te. Questa cosa è bellissima. È “A me gli occhi”. Anche per questo non voglio che ci siano cellulari, creano una distrazione e diventa una documentazione, distolgono... Voglio l’attenzione dalle persone che stanno lavorando con me. Assorte, spaventate, concentrate su quello che sta succedendo.

[Cosa chiedi al pubblico con il tuo lavoro?]

Chiedo attenzione, senza aspettative. Chiedo che le persone siano loro stesse, ma non sempre succede e questa è l’imprevedibilità delle azioni. Anzi, io spero sempre che accada qualcosa di imprevedibile. Non sopporto le situazioni in cui il pubblico è passivo, seduto, non riuscirei mai… Mi piace che io e il pubblico siamo sullo stesso piano. La vera performance è la reazione nel pubblico, quello che poi vedo nelle foto: questa per me è l’azione perché le persone sono in una posizione che io ho creato.

[Come immagini il tuo lavoro in futuro?]
Il mio lavoro cambia in base a come sono io in quel momento. È un po’ come documentare la mia vita. 

[Non esiste una separazione tra te, come individuo, con le tue caratteristiche, e il tuo lavoro.]
No, sono me stesso, anzi, lo sono sempre di più. Non c’è Jacopo Benassi che fa le foto o che fa le performance; è un tutt’uno. Sono un’artista e una persona che ha esaltato la sua imperfezione. Non correggo i miei errori: io sono un grande errore, uno spettacolare errore.

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