
Rimanere in ascolto del proprio corpo, nelle temporalità che lo attraversano e negli ambienti in cui si immerge. Vivere il presente, oltre le strutture e i confini mentali precostituiti del movimento e della dimensione fisica.
«Scarnificare infrastrutture» riassume adeguatamente il metodo di Stefania Tansini, che ci insegna a guardare i vuoti, dove i pieni sembrano essere la sola parte rilevante, e ad ascoltare i silenzi, che talvolta hanno più da dire del rumore. Così ci immergiamo in una conversazione che passa dall’immateriale filosofico per atterrare nella dimensione fortemente concreta della sua pratica artistica.
Il dialogo si apre proprio sul metodo e sulla relazione tra corpo e ambiente nel suo lavoro: due elementi che si specchiano e imparano a coesistere, soprattutto nel processo di scarnificazione che li attraversa.
Il luogo non è più solo quello del teatro, costruito e impostato su determinati canoni estetici, ma un contesto lasciato così com’è, nel quale porsi in ascolto. E così anche il corpo, che nello stato danzante viene privato di strati, avvicinandosi sempre di più a un corpo che fa il corpo. Stare nelle cose in questi termini è il punto d’origine della ricerca, che si rifà a una dimensione fortemente materica.

Non si cerca di negare la danza, ma di portarla alla sua essenza, che Tansini intende come profondamente collegata alla dimensione della vita, al di là della tecnica e del movimento che lo strumento-corpo porta con sé.
«C'è la mia vita all'interno della mia danza.
Il movimento viene inteso come dimensione vibrante, come ciò che ci fa svegliare ogni mattina. Si arriva così a scarnificare un gesto che appartiene al corpo in quanto materia, più che alla persona.
Il mio corpo è un tramite, arriva prima della mia personalità. Non so se questo corpo è mio, non lo possiedo veramente, in qualche modo c'è e ce l’ho - è uno strumento. Quindi io faccio silenzio di me stessa, o almeno tento.»
Una presenza fisica che richiama l’artista anche in ambito letterario. In merito a L'ombelico dei limbi, infatti, ciò che la colpì fu la modalità di scrittura assolutamente unica di Artaud, capace di alternare una forte componente intellettuale a una dimensione profondamente corporea. Nel testo ha trovato una possibilità, proprio negli spazi vuoti, per avvicinarsi e portarlo in scena. È anche l’occasione, in questo lavoro, di passare dalla necessità delle parole e del dare nomi alle cose alla pratica opposta: la sottrazione della parola.

«Togli il nome, togli la funzione, togli anche cos’è. Non tentare di capire cos'è il corpo, non tentare di capire la danza - stai nell'esperienza pura.»
La creazione, ma anche la vita stessa, passano attraverso una dimensione totalmente corporea ed esperienziale. Attraversano pieni e vuoti: non può esserci esperienza senza uno dei due elementi. Così come nel corpo e nello spazio anche il suono rispetta questa dialettica, tra noise e silenzio. Un ambito fortemente generativo per l’artista, che parte anche da come il suono richiede di essere ascoltato.
Anche in Studi per M, «adesso e per ora, la dimensione è quella della frammentazione. Lavorando in questi termini, dove non c’è narrazione, non c’è rappresentazione, né intenzione, c’è un fatto - con i suoi colori e le sue caratteristiche, specifico e preciso. Anche nel lavoro sul corpo, la frammentazione implica il non mantenimento di un’identità, anche sonora: ed è questo che risuona nel corpo».

Il corpo, come la parola, è addomesticato, e più lo è maggiore è la consapevolezza tecnica di questi mezzi. E se andassimo invece a togliere, in questa pratica, quelle che sono le infrastrutture della nostra conoscenza? Per quanto interessanti, le nostre conoscenze restano finite, come lo siamo noi. Come possiamo allora aprirci a qualcosa di più ampio? Spostando il punto di vista. Togliendo il compito della danza, del dover fare, del doversi muovere. Anche qui si sottrae la funzione, tornando a un punto di origine.
«E quindi questa per me è la dimensione a cui il vuoto è legato […] un punto di inizio importante nel tempo delle cose, nel tempo del corpo. E questo anche nel movimento, lo diamo sempre per scontato, ma ci possiamo muovere perché in questo momento qui c'è lo spazio vuoto. Io non posso non prenderlo in considerazione, è questo semplicemente il punto.»
Non esistono le cose di per sé: c’è sempre una questione di rapporti. Il nostro intervento si colloca nel porre attenzione e nel non dare per scontato il modo in cui affrontiamo e ragioniamo sulle cose. Un atteggiamento che si riflette anche nella struttura dei suoi lavori, controllata e contemporaneamente aperta all’imprevisto. Anche attraverso la gestione del tempo, grande tema di Studi per M / Madeleine, il lavoro che porterà a Performatorio.
Il lavoro, che parte dal romanzo Alla ricerca del tempo perduto di Marcel Proust, coglie il concetto di Tempo nella sua pratica. Un gesto semplice, come quello del protagonista che mangia una madeleine, racchiude l’essenza di uno scarto temporale quotidiano: essere estremamente presenti e, allo stesso tempo, altrove.

«Ecco che in Studi per M saremo lì ma, contemporaneamente, attraverso il lavoro del corpo performante, anche da un’altra parte… forse. Forse questa stanza, vissuta in quella concretezza estrema, diventerà qualcos’altro.»
L’altro lavoro sul tempo, nell’opera di Proust, riguarda il riaffiorare dei ricordi d’infanzia. Mantenendo una dimensione di non personalizzazione, Stefania Tansini sceglie di interrogarsi sulla memoria del corpo in senso quasi archeologico. Qual è l’archeologia che portiamo dentro? La risposta emerge nella sintesi del lavoro e della presenza, che si colloca tra grezzo e raffinato.
«Tra una raffinatezza molto pulita, molto puntuale e precisa, che però cela anche un lato b - qualcosa di molto carnale, terrigno, sanguigno, selvaggio.»
C’è quindi un grande metodo che aleggia e che si incarna ogni volta nella situazione specifica, nella forma concreta che è Studi per M. Il termine “studi” ne riflette l’approccio: un formato che, a ogni presentazione, assapora spazi, composizioni ed elementi diversi a partire da ciò che il luogo offre.
Lo spazio è elemento vivo a tutti gli effetti, perché parte dell’equazione è la relazione: non solo con il luogo fisico, ma anche con il pubblico. In Studi per M, quest’ultimo viene coinvolto inconsapevolmente anche a livello fisico, attraverso le scelte coreografiche e gli spostamenti della performance, nella quale i ruoli restano chiari.«C'è qualcuno che guarda e qualcuno che è guardato; qualcuno che si lascia guardare più che farsi vedere […] Non c’è desiderio di imporre un’idea o un capire, ma c’è una condivisione di un’esperienza - “la cosa” su cui porre attenzione. Da non dare per scontato.»
Condividere pratiche di decostruzione è un atto contemporaneo che attraversa diversi ambiti della produzione umana. Una necessità viscerale, nel momento in cui il nostro tempo non ci veste più adeguatamente. Fermarsi per rimanere in ascolto e ritrovare il tempo del corpo, in coesistenza con l’ambiente e nello stimolo del silenzio.
In un presente saturo, far spazio al vuoto è fondamentale. E rimanere in ascolto, indispensabile.
Di Noemi Vimercati
da un dialogo con Stefania Tansini
30.03.2026