Fallire bene
Thomas Valerio e la politica dell’incertezza

“Failure allows us to escape the punishing norms that discipline behavior and manage human development.”
– Jack Halberstam –

Visto da vicino, ogni sistema che si presenta come perfetto porta in sé il proprio collasso. Non perché sia mal costruito, ma perché la perfezione implica chiusura, stabilità e prevedibilità. E quindi, inevitabilmente, esclude tutto ciò che eccede: l’imprevisto, l’errore… il desiderio. È proprio lì che il sistema comincia a incrinarsi – per fortuna – nello stesso modo in cui la tecnologia inventa il proprio incidente.

In The Queer Art of Failure, Halberstam scrive che fallire significa sottrarsi alle logiche dominanti di successo e produttività, rifiutando l’idea che il valore coincida con la riuscita.
Il fallimento non è un incidente, ma una pratica. Non serve a uscire dal sistema, ma a svelarne la verità.

Anche per Thomas Valerio, il fallimento è una metodologia: «non è volta al risultato, alla compiutezza, quanto più all’essere nelle cose, e nell’inciampo accogliere l’errore». Una condizione operativa che attraversa il corpo, il suono, la relazione con il pubblico. Un processo in cui l’artistə è il glitch che innesca il caos nel sistema - il fattore di rischio.

STAR, il lavoro che porterà al Festival Orlando il 6 maggio in collaborazione con Performatorio, vive in questa tensione: da un lato un immaginario sonoro potente – punk, noise, saturazione – dall’altro una progressiva e imprevedibile esposizione alla fragilità come necessità strutturale del “fallire bene”. Come se ci mostrasse che più un sistema si carica di intensità, più ha bisogno di aprire una crepa

Thomas Valerio, STAR, ph © Martina Catarisano

«Mi interessa che ci sia uno spazio di vulnerabilità, mia e anche di chi mi ascolta.»

Una fragilità che, una volta attivata, non resta confinata al performer, ma si distribuisce, diventando una condizione condivisa.

«Questo crea una relazione diretta con la vulnerabilità. Ed è anche uno dei motivi principali per cui faccio performance: entrare in contatto, trovare modi per dialogare, per comunicare, per toccarci - letteralmente e metaforicamente.»

Esporsi significa aprirsi alla possibilità del fallimento, che qui smette di essere un fatto individuale e diventa una pratica relazionale.

«Per me la fragilità è legata al fallimento, che a sua volta è legato alla trasformazione. Il lavoro non è mai lo stesso: nel vestiario, nel corpo, nello spazio, nella scelta dei brani, nella relazione con il pubblico. Essere in uno stato di trasformazione costante, senza stabilità, è già una modalità di fallimento.

E, allo stesso tempo, è qualcosa di molto eccitante.»

Thomas ULTRAVIOLENCE, ph © Umberto Santoro

[È qualcosa che ha a che fare anche con il tuo modo di stare nel mondo?]

«Sì, decisamente. O almeno ci provo.
La mia necessità di lavorare in questo modo è legata anche al mio bisogno, nella vita, di avere certezze. Per questo è fondamentale, per me, perdere quel controllo. La mia ricerca è un tentativo – ogni volta diverso – di lasciarlo andare.»

Non è un caso che la formazione di Valerio derivi dal teatro tradizionale: prima della magistrale a Venezia in Performance e Studi di genere, aveva studiato teatro a Manchester. Un sistema che, replica dopo replica, pur mantenendosi aperto al caso, tende a restituire un’esperienza il più possibile prevedibile.

«A un certo punto del mio percorso ho sentito il bisogno di creare lavori che non fossero mai uguali. Nel teatro tradizionale mi pesava la ripetizione: il momento creativo è nelle prove, e quando lo spettacolo incontra il pubblico è già fissato, congelato.
Per me, invece, era importante che il momento creativo coincidesse con l’incontro con il pubblico. Che lì si scoprisse ancora cosa succede.»

STAR è una performance con una partitura in continuo divenire: cambiano i luoghi, il pubblico, le interazioni. Ma cambiano anche gli elementi che la compongono – dagli outfit ai brani – provenienti da un repertorio in continua espansione.

Thomas Valerio, ULTRAVIOLENCE

Nata dalla collaborazione tra Thomas Valerio, Maria Spadoni Battistoni e Anna Bielli (chitarra), STAR live from Orlando avrà una forma, ancora una volta, diversa, con Silvia Olivier alla tastiera.

Nel processo di costruzione di questo lavoro, il suono e la voce occupano un ruolo centrale. Pur non definendosi né musicistə né cantantə, Valerio sceglie di entrare nel linguaggio musicale senza dominarlo completamente, lasciando che sia proprio questa mancanza di controllo ad aprire nuove possibilità.

«Ho iniziato a cantare qualche anno fa, senza formazione. E oggi è l’unico modo in cui uso la voce nei miei lavori.»

Il suo approccio alla musica e al canto segue la stessa logica del fallimento: «entrare in un linguaggio senza possederne pienamente la grammatica».

Anche la scrittura dei brani riflette questa modalità. Non nasce in modo lineare. I testi si accumulano nel tempo, spesso senza una destinazione precisa: frammenti, appunti, scritture sparse che restano in sospeso finché, durante le sessioni di lavoro, non vengono riattivati attraverso improvvisazioni e jam. Materiali lontani tra loro – anche scritti in tempi diversi – trovano una forma insieme, per risonanza.

È un processo di composizione che assomiglia a un montaggio: cucire elementi che non erano pensati per stare insieme e che, proprio per questo, generano qualcosa di inatteso.

In questo senso, anche il suono diventa uno spazio di vulnerabilità: un luogo in cui la scrittura si espone, si trasforma, si rende condivisibile. E in cui, ancora una volta, il controllo si allenta abbastanza da lasciare che qualcosa accada.

Di Laura Nozza
da un dialogo con Thomas Valerio

04.05.2026

Immagine di apertura © ph Zagara Militello

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