Orynthia, di Valerie Tameu, è una performance che immagina una città-mondo sommersa: un ecosistema fluido in cui corpo, acqua, suono e tecnologie si intrecciano in un dispositivo performativo espanso.

È un rituale cyber-magico, una pratica techno-spirituale in cui il movimento del corpo umano, quello di un biota acquatico e la tecnologia avanzata si combinano per dare vita a un’entità numerica ispirata alla leggenda di Mami Wata, divinità acquatica mutaforma dell’Africa occidentale ed equatoriale.

Il lavoro sviluppa un’indagine sull’impatto del colonialismo digitale e dell’inquinamento tecnologico sui biomi acquatici. In risposta a queste forze di sfruttamento, la ricerca si nutre di riferimenti all’africanfuturism e al black quantum futurism, cercando nuovi miti e nuove narrazioni che, attraverso la lente della fantascienza e del fantastico, possano aprire prospettive alternative rispetto all’uso predatorio della tecnologia.

In questo contesto, lo studio site specific tra corpo e acqua proposto al Performatorio isola una porzione della ricerca performativa, concentrandosi sulla relazione tra corpo, acqua e memoria.
Attraverso una pratica analogica e un apparato essenziale, l’acqua diventa archivio vivente e materia di attraversamento, attivando un’esperienza intima e immersiva.

Lea Vergine è stata una delle più importanti critiche d’arte italiane, figura chiave nel riconoscimento delle artiste donne e nel ripensamento radicale dei linguaggi contemporanei. Il suo sguardo libero e militante ha inciso profondamente nella storia dell’arte femminista e non solo, aprendo spazi di legittimazione ancora oggi fondamentali.

Ne parleremo con Angela Maderna, autrice del libro Non il potere ma la forza. Lea Vergine (Electa), storica dell'arte e critica che si occupa d'arte contemporanea con particolare attenzione agli intrecci tra arte e femminismo.

Dialogano con Angela Maderna; Anna Arzuffi per La Città delle Mille e Laura Nozza per Performatorio.

You Have to Be Deaf to Understand. La pièce trae ispirazione dall’omonima poesia scritta negli anni ’70 da Willard J. Madsen, professore sordo di letteratura inglese alla Gallaudet University, in cui egli descrive l’esperienza, nella società, del corpo sordo e della lingua dei segni. La poesia è stata tradotta in molte lingue, tra cui l’italiano scritto.

Tuttavia, la sua traduzione – ad opera di un traduttore udente – contiene germi di linguicismo, fonocentrismo e appropriazione. La performance nasce così dal desiderio di restituirle una traduzione sorda e riappropriata, e di farlo per mezzo di una traslazione scenica che utilizza una forma poetica propria delle lingue dei segni (Visual Sign), in grado di essere compresa anche da chi non è segnante.

Decostruire significa smontare qualcosa – un concetto – per vedere come è stato costruito. Esplorare, dunque, quali sono le ideologie e le posture attorno a cui si è plasmato, per provare a immaginare nuove possibilità. È curativo? Forse. È liberatorio? Sicuramente. Perché il risultato è una presa di coscienza degli automatismi e introietti – sociali, culturali, familiari – ormai obsoleti. Che non servono più.


Per il suo progetto With All My Strength – che prende la forma di una performance, ma anche di un libro e di un film ancora in progress – l’artista Martina Rota ha invitato a lavorare con sé la comunità dei bodybuilder professionisti. Lo ha fatto con l’intenzione di andare a vedere cosa c’è oltre lo stereotipo della forza muscolare. Un percorso durato oltre un anno, che ha coinvolto un nutrito gruppo di persone diverse tra loro che, come dice la stessa Rota, sono diventate un “noi”.


In attesa di assistere alla performance With All My Strength, a Daste il 30 novembre, incontriamo oggi Martina Rota per esplorare il percorso di ricerca e di creazione alla base del progetto.



Attraverso un dialogo aperto, scopriremo come la performance possa diventare uno spazio di decostruzione - un luogo in cui mettere in discussione le posture, le forze e le fragilità associate all’essere “maschile”.

Durante l’incontro, l’artista racconterà le pratiche corporee e le riflessioni che hanno guidato la costruzione dell’opera, offrendo uno sguardo intimo e politico sul processo di trasformazione che la performance attiva: un attraversamento che non mira a definire nuove identità, ma a liberare i corpi dai ruoli imposti e ad aprire spazi di ascolto e di relazione.

With All My Strength è un progetto modulare di ricerca che si propone di riflettere attorno al tema della mascolinità contemporanea a partire dalla materialità del mondo del bodybuilding, e prevede una performance, un film e una pubblicazione.

Nella sua forma di performance andrà in scena domenica 30 novembre a Daste - Bergamo.
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With All My Strength è un progetto modulare di ricerca che si propone di riflettere attorno al tema della mascolinità contemporanea a partire dalla materialità del mondo del bodybuilding, e prevede una performance, un film e una pubblicazione.

Il capitolo performativo è nato dall’incontro con tre bodybuilder professionisti: Massimo Palmieri Bormolini, Massimiliano Palmese e Arold Triberti. Attraverso azioni e pratiche, i tre corpi – espressivi, definiti, potenti – questionano gesti e consuetudini tipici dell’universo del bodybuilding, quali la creazione delle immagini-monumento e il loro significato, le ossessioni legate al corpo, la ricerca di un’identità sintetica.

Quali sono le strutture di pensiero su cui si muove un corpo che si vuole monumentale? Quali vulnerabilità si nascondono dietro la superficie compatta del muscolo? Quali ossessioni e domande lo attraversano? In quali e quanti modi possiamo ridefinire il concetto di forza?

With All My Strength è ossessione, segreti, controllo, orgoglio, pump, forma, ma anche paura, bellezza, alleanza e sincerità.

In scena, per il programma di Performatorio, troviamo una nuova e inedita fase del lavoro: un duetto.

Cosa succede quando se ne vanno le persone che non vogliamo dimenticare?
Cosa significa alleanza in un rapporto binario che mira al podio?

Per approfondire la pratica di Martina Rota: sabato 29 novembre alle 17 "Performance e decostruzione" - incontro con l'artista.
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[La reading session di Frankenstein è una lettura condivisa, dove il pubblico è attivo.
Le persone si siedono attorno a un fuoco. Vengono consegnati dei fogli con dei segni sopra in inchiostro. Sono lettere, parole, frasi. Viene introdotto il testo e poi lette alcune parti.]

Con Frankenstein, Filippo Andreatta [OHT] affronta, per la prima volta, un classico della letteratura occidentale.
Ruotando attorno al momento dell’esperimento vengono operati affondi parziali e verticali nel testo, senza limiti di forma, linguaggio e durata. Il romanzo di Shelley diventa materiale da esaminare, sezionare, ricucire, corpo disponibile per esperimenti diversi: uno spettacolo teatrale, una reading-session, un’installazione e infine un libro generano parti della stessa operazione che avanza orizzontalmente nella storia per indagarne le sue molteplici ramificazioni.

Nel cuore del romanzo l’incontro tra Frankenstein e la sua creatura dà vita a pagine che sembrano lontane dai tratti più conosciuti. Sul Monte Bianco, davanti ad un piccolo fuoco la creatura si espone, prende parola e racconta del lungo apprendimento del linguaggio, del mondo, di sé stesso; in questa narrazione sono la voce con la sua unicità e la parola nella sua dimensione relazionale a svelare aspetti del testo spesso trascurati nelle tante trasposizioni.

La reading session appare come forma primigenia dell’indagine performativa di Filippo Andreatta [OHT] nel materiale letterario di Mary W. Shelley: ancor prima dello spettacolo -o accanto ad esso-, la lettura collettiva ad alta voce attiva il libro nella sua possibilità di incontro e genera uno spazio informale in cui condividere parti del testo spesso escluse dall’immaginario comune e tracce della ricerca di OHT.

“Mi disposi all’ascolto, sedendo accanto al fuoco che il mio odioso compagno aveva acceso. Cominciò a raccontare” 

Mary Shelley

C’è chi alla musica affida le corde di una chitarra, chi i tasti di un pianoforte. Lucas Abela, nato a Melbourne nel 1972, ha scelto invece una strada radicale: trasformare i frammenti di vetro in strumenti sonori. La sua pratica nasce nell’underground della musica sperimentale, dove si è fatto conoscere per performance tanto ipnotiche quanto estreme, e oggi si estende a installazioni partecipative che rimettono in discussione il rapporto tra pubblico e artista.

Il percorso di Abela prende forma negli anni 90 a Sydney, quando si esibiva come DJ e turntablist. Già allora era evidente la sua voglia di scardinare i limiti degli strumenti: al posto delle puntine dei giradischi usava spille, coltelli o spiedi, trasformando la materia in vibrazione. Da quella stagione nascono anche i suoi fonografi artigianali, costruiti con motori elettrici riciclati, piccoli esperimenti che rivelano una tensione continua verso l’invenzione.

Il suo approccio anticonvenzionale non passa inosservato. Musicisti come Oren Ambarchi e Mike Avenaim ne colgono subito la forza e lo sostengono nei primi passi di una carriera che lo porterà presto fuori dall’Australia, su palchi internazionali.

La svolta arriva nel 2003, quando Abela scopre il vetro come strumento. Un materiale fragile, tagliente, pericoloso: tutto ciò che la tradizione musicale evita, lui lo elegge a cuore pulsante delle proprie performance. Il risultato sono concerti che non lasciano indifferenti, oscillando tra attrazione e repulsione, tra stupore e inquietudine.

E il sangue che spesso affiora sul palco? Per Abela non è un incidente, ma una conseguenza naturale di un atto performativo che travalica i confini del corpo: «Non mi accorgo nemmeno di essermi tagliato, finché qualcuno, dopo lo show, non mi dice: “Forse dovresti pulirti un po’.” È come se suonare mi portasse fuori da me stesso. Non sento dolore».

Un laboratorio aperto a corpi, differenze e immaginazioni. Forte Forte è un’esperienza di relazione e condivisione che intreccia pratiche fisiche, posture e dialoghi accessibili, per costruire una danza sensibile alla forza espressiva di ogni corpo.

Condotto da Cristina Kristal Rizzo e Diana Anselmo, il workshop è pensato per un ecosistema plurale, capace di superare le barriere tra lingua, cultura e percezione

Forte Forte, workshop nel programma del 37° Festival Danza Estate "Oggi è il giorno perfetto", è un evento organizzato da FDE - Festival Danza Estate in collaborazione con Performatorio.

Un corpo che semplicemente fa il corpo. Monumentum DA è un racconto danzato che esplora le potenzialità espressive della LIS (Lingua dei Segni Italiana), intrecciandola con il gesto coreografico. Una performance che supera i confini tra lingua e linguaggio, tra segno e danza, per aprire uno spazio condiviso in cui la diversità diventa creazione. Un monumento vivo alla forza comunicativa dei corpi.

Monumentum DA, nel programma del 37° Festival Danza Estate "Oggi è il giorno perfetto", è un evento organizzato da FDE - Festival Danza Estate in collaborazione con Performatorio.

"I pianti e i lamenti dei pesci fossili", nella versione inedita di concerto, crea una nuova possibilità di relazione attorno alla sua esperienza aurale. L’aria, intesa come interfaccia, viene attraversata da due voci e trasformata in uno “spazio prima di ogni localizzazione”.

Lo spettacolo prende la forma di una progressiva stratificazione di pratiche corporee e vocali che richiama la struttura stessa del fossile.

Al confine sfumato tra organico e inorganico, tra vita e non-vita, il fossile è una testimonianza materiale e poetica dello scorrere e dello stratificarsi del tempo. I pianti e I lamenti dei pesci fossili tenta di costruire relazioni tra corpi e tempi incommensurabilmente distanti e differenti, piangendo il ciclo eterno della trasformazione della materia, della vita e della morte, nel contesto della Sesta Estinzione.

Nota a "I pianti e i lamenti dei pesci fossili": lo spettacolo, nella sua versione originale, nasce da una pratica di ricerca collettiva di Annamaria Ajmone, Veza Fernandez, Stella Succi, Elena Vastano e Natalia Trejbalovà.

Per approfondire la pratica di Annamaria Ajmone
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Leggi l'intervista a cura di Laura Nozza

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